Beato Angelico (1385-1455)

Guido di Pietro, frate domenicano ribattezzato con il nome di Giovanni da Fiesole, era soprannominato dai contemporanei Beato Angelico per la sua pittura piena di grazia, di luminosità cromatica e di misticismo. Negli anni della maturità gli fu affidata la decorazione parietale del convento domenicano di San Marco, ristrutturato in forme pienamente rinascimentali. L’esecuzione della più estesa decorazione dipinta mai immaginata per un convento fu attuta tra il 1438 e il 1446 e si trattò di un intervento organico che interessò sia gli spazi collettivi che quelli privati: le celle furono decorate ciascuna con un tema evangelico, offrendo ai monaci appropriati spunti di meditazione.

La scena dell’Annunciazione, dipinta all’entrata del dormitorio e ambientata sotto un porticato simile ad un chiostro del quale si vede anche il giardino, accoglieva i frati dando loro l’impressione che il miracolo si stesse svolgendo dentro il convento.

La luce, proveniente da sinistra, sembra entrare insieme all’angelo la cui ombra non è proiettata in quanto appartenente alla sfera celeste.

La scena, costruita seguendo le regole della prospettiva, è divisa in due parti dalla colonna che funge sia da segno di separazione tra il divino e il terreno sia da simbolo della Passione di Cristo.

Beato Angelico
Annunciazione, 1440 ca.
Firenze, Museo di San Marco.



Beato Angelico
Annunciazione, 1438-40
Firenze, Museo di San Marco, cella 3.

Tale separazione viene eliminata nell’Annunciazione della cella 3; pervasa da un’atmosfera serena e pacata, la rappresentazione è ambientata all’interno del loggiato e ad essa assiste in disparte un frate domenicano. È in questo ambiente semplice e spoglio che avviene l’intimo incontro tra il divino e l’umano.

Curiosità

Nel medioevo le ali degli angeli venivano rappresentate con i colori dell’arcobaleno che variavano secondo i convincimenti dello scienziato di turno. «Tuttavia si può affermare con ragionevole sicurezza che appartengano a questa categoria di ali tutte quelle nelle quali compaiano, in successione variabile, i colori rosso, bianco, blu e giallo [ma anche verde e nero…]. La loro forma ampia e robusta le fa sembrare, non senza intenzionalità, quelle di un’aquila perché questo animale ha dei valori simbolici che si adattano alla perfezione a definire la personalità teologica del messo divino, come per esempio il fatto che sia veloce, che voli verso il sole e ne sostenga la vista […]. Allo stesso modo, la presenza dei colori dell’iride, vuole connettere l’angelo a quel mondo di fuoco e di luce che ne costituisce la radice etera. […] Beato Angelico [nel convento di San Marco…] giunge all’elaborazione di una nuova tipologia […]. Il frate domenicano, infatti, sovrappone all’iconografia delle ali di arcobaleno quella delle ali di pavone […il cui] significato può essere individuato nell’idea della conoscenza. Sommandola a quella dell’arcobaleno, perciò, l’angelo si qualifica come essere luminoso, alleato degli uomini e ricolmo di conoscenza, particolarmente adatto a tradurre la volontà di Dio nel mondo e nella storia». (Bussagli 2000)

A proposito di luce

In un’atmosfera nitida e dorata si compie l’Annunciazione dipinta da Carpaccio: l’evento, che coincide con l’Incarnazione di Cristo nel ventre della Vergine, è sottolineato dalla presenza di Dio, raffigurato entro un nimbo, nell’atto di inviare lo Spirito Santo avvolto in un raggio di luce.

Vittore Carpaccio
Annunciazione, 1504
Venezia, Ca’ d’Oro, Galleria Franchetti.