Jacopo Tintoretto
Miracolo di san Marco, 1547-48
Olio su tela, 416 x 544 cm
Venezia, Gallerie dell’Accademia.

  • Costruzione dinamica
  • Luce e colore
  • Coinvolgente drammaticità
L’artista

Jacopo Robusti (Venezia 1518-1594), detto Tintoretto perché figlio di un tintore di panni, si forma alla bottega di Tiziano da cui imparerà l’uso del colore accendendolo di luce. Egli introduce nella pittura veneta, alla maniera di Michelangelo, il plasticismo dei muscolosi corpi rappresentati in pose insolite e difficili, coltiva inoltre l’interesse per i motivi architettonici di carattere scenico e teatrale che caratterizzeranno tutta la sua produzione. Nei primi anni l’artista, per valutare la resa delle sue composizioni, costruiva modelli di cera e di creta che, rivestiti con particolare attenzione ai panneggi, collocava in teatrini di cartone aggiungendovi quindi dei lumicini per verificare l’effetto di luci e ombre. Tale espediente gli serviva anche per studiare gli scorci dei personaggi posti di sottinsù, sospendendo i modelli alle travature. Il pittore, secondo la tradizione, avrebbe affisso nella propria bottega il motto: “colore di Tiziano, disegno di Michelangelo”.

L’opera

Per le molteplici e spettacolari invenzioni sceniche, l’opera suscitò grande impressione, imponendo l’artista sulla scena veneziana.

Tiziano
Assunta, 1516-18
Venezia, chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

Michelangelo
La sibilla Libica, 1508-12
Città del Vaticano, volta della Cappella Sistina.

Il committente

Si tratta del primo dipinto eseguito dal pittore per la sala capitolare della Scuola Grande di San Marco, la più importante confraternita veneziana, probabilmente commissionato dal guardian grande Marco Episcopi, padre della futura moglie di Tintoretto. L’episodio, ispirato alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, offre all’artista l’occasione di esprimere le esigenze propagandistiche della Scuola.

La leggenda

Lo schiavo cristiano, condannato all’accecamento dal proprio padrone pagano per essersi recato a venerare le reliquie di san Marco senza il suo permesso, viene salvato dall’evangelista che, scendendo in picchiata, interrompe il supplizio spezzando gli strumenti di tortura.

La composizione

La concitata azione sembra svolgersi su un palcoscenico delimitato da quinte prospettiche. Qui i personaggi sono disposti secondo due diagonali che convergono sul corpo dello schiavo liberato al quale, scenograficamente, si contrappone in senso opposto la figura fortemente scorciata di san Marco che dall’alto irrompe nella scena. Tutto avviene all’insaputa dei numerosi astanti completamente rapiti dallo stupefacente prodigio e il pittore, che la tradizione riconosce nel ritratto del giovane barbuto a sinistra, ne coglie i diversi atteggiamenti: stupore, commozione, curiosità. L’effetto drammatico è amplificato dalla duplice fonte luminosa: l’una rischiara dal fondo le architetture, che riecheggiano il gusto classicheggiante di Sansovino e di Palladio; l’altra proviene da destra e illumina la scena in primo piano sottolineando l’intensità emotiva dell’evento. Le tensioni dinamiche, i gesti esagitati, i contrasti timbrici, l’intenso cromatismo, l’illuminazione violenta contribuiscono a coinvolgere lo spettatore nel prodigioso miracolo che si sta compiendo. Tintoretto nel dipinto fa esplicito riferimento al rilievo in bronzo di Sansovino.

Jacopo Sansovino
Miracolo dello schiavo, 1541-44
Venezia, basilica di San Marco.

  

Jacopo Sansovino
Miracoli di san Marco, 1537-40
Venezia, basilica di San Marco.


In base alla tradizione iconografica quando un santo è rappresentato in piedi, il miracolo si è compiuto durante la sua vita, quando invece è in volo o sporge da una nuvola, l’episodio miracoloso è avvenuto dopo la sua morte e per sua intercessione.